Tashakor

di Nico Piro

  • Dopo l’ennesimo episodio di “green on blue” ovvero di alleati afghani, non talebani, che ammazzano soldati occidentali (in questo fine settimana, quattro americani uccisi da un poliziotto nella provincia di Zabul), la Nato ha preso una decisione drastica e radicale.
    Per evitare il “green on blue”, i “green” (poliziotti, guardie di frontiera e militari afghani) resteranno da soli, senza “blue” (soldati della colazione).  In pratica da oggi sono sospese le pattuglie congiunte, verranno effettuate insieme solo operazioni di livello superiore non quelle ordinarie, i quotidiani pattugliamenti.

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  • Se non fosse stato per le manifestazioni di rabbia anti-americana per il film blasfesmo su Maometto, arrivate domenica anche a Kabul, questo fine settimana in Afghanistan sarebbe più o meno passato nell’indifferenza mediatica. Eppure è stato un fine settimana nero e come tale verrà ricordato negli annali del conflitto.

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  • Uno dei fondatori di medici senza frontiere, Jaques Beres, ha rilasciato un’intervista alla Reuters, di ritorno da Aleppo dove era andato per portare aiuto e lavorare come chirurgo in prima linea. La sua memoria si fissa un punto inquietante, Beres sostiene di aver trovato nei combattenti anti-regime un sostanziale disinteresse verso la caduta di Bashar Al Assad, il loro obiettivo – dice – è la creazione di uno stato islamico retto dalla sharia. Tra loro, c’erano anche francesi.

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  • lug23

    Endgame

    ore23:26
    La fine dei dittatori ha sempre un qualcosa di illogico e di curioso come ci stanno ricordando questi ultimi due anni di rivoluzioni (seppur tradite) in Medio Oriente.
    Parliamo di uomini che per anni hanno potuto decidere persino del destino del loro ultimo “suddito”, che hanno avuto la forza e la protervia di fare irruzione sin’anche nelle cose minime della vita di una persona ritrovatasi entro i confini dei loro “regni”. Uomini che hanno speso un fiume di denaro per costruire un’immagine della propria persona lontana dalla realtà e infilarla nelle menti della gente. Uomini che un fiume di denaro di portata ben maggiore lo hanno dirottato verso le proprie tasche e verso quelle della corte che li circondava; soldi di tutti: contratti petroliferi, commesse pubbliche, concessioni telefoniche, aiuti internazionali.  Uomini che non riescono a togliersi di mezzo per aiutare il proprio popolo nemmeno quando il loro destino è ormai segnato.
  • Angosciati dalla crisi economica (aggravata dall’incognita greca) e preoccupati di far digerire tagli e sacrifici a chi li ha votati, i leader internazionali si ritrovano da oggi a Chicago per discutere di risparmi (quelli di un sistema militare più integrato) e di spese, ovvero di quelle che dovranno sostenere per il futuro dell’Afghanistan.

    Il vertice Nato di Chicago è uno dei più importanti di sempre, sia per numero di partecipanti, sia per le decisioni che verranno prese, ma appare come un altro intralcio tra i piedi di chi deve fare i conti con il bilancio pubblico e con i sondaggi d’opinione. In pratica la Nato rinuncia a vincere (se mai fosse possibile) la guerra afghana, si ritaglia una vita d’uscita onorevole affidando la sicurezza del Paese alle forze di sicurezza locali (chiaramente inadeguate al compito) ma deve pagarne la bolletta.

    Le forze afghane costano quattro miliardi e cento milioni di dollari all’anno. Una cifra che solo in minima parte (circa cinquecento milioni) verra coperta dal governo di Kabul, il grosso verrà pagato dai contribuenti americani ma il resto lo cacceremo anche noi. Non esattamente un problema da poco per governi – vedi quello italiano – che sono alle prese con la crisi internazionale, tra indigesti tagli allo stato sociale e l’esigenza di giustificare spese per centinaia di milioni di euro che andranno avanti per almeno un decennio. In termini di sondaggi d’opinione (a proposito l’ultimo effettuato in America dava il supporto alla guerra sotto il 30%) servirà a poco dire che pagare le forze afghane costa meno che mandare i propri soldati in Afghanistan. Una bella tegola questa della crisi economica che piomba sul “tavolo afghano”, quasi a voler complicare una situazione già di per sè difficile.

    Ci sarà anche il traballante presidente pakistano Alì Al Zardari, al vertice di Chicago, ma non si avvicina la riapertura della rotta logistica che dal porto di Karachi raggiunge l’Afghanistan attraverso il passo Kyber, chiusa dal novembre scorso dopo un incidente sulla frontiera con i militari americani. Rotta che – dice il generale Allen – servirà soprattutto quando l’Isaf dovrà lasciare il Paese: spostare 100 mila uomini e i loro mezzi, un’operazione mai vista prima e non senza rischi.

  • Kabul è ancora sotto shock dopo l’attacco di domenica. I talebani si divertono a far sapere alla Reuters di aver provato l’operazione per due mesi prima di metterla in pratica, persino ricostruendo parte dei luoghi da attaccare nei loro campi d’addestramento. Karzai ammette che c’è stato un fallimento dell’intelligence: ovviamente non di quella sua (della quale ha cacciato il capo perchè contrario a trattative con i talebani), ma dell’intelligence Nato. Il segretario alla Difesa americano, Panetta, fa sapere – evitando la polemica diretta – che rapporti dei servizi parlavano dell’attacco e del clan di Haqqani ben prima di domenica. Gli americani hanno – per ora – evitato polemiche con il Pakistan che ospita e sponsorizza (tramite i suoi servizi segreti) i mafiosi del clan Haqqani.

    In tutto questo scenario Karzai vuole i soldi. Messa così suona male ma è di questo che stiamo parlando. Il governo afghano da mesi tratta con quello americano per chiudere un accordo storico che farà restare le truppe americane nella “base” afghana (almeno) fino al 2024 ovvero dieci anni dopo il ritiro di tutte le truppe Isaf. La mediazione è difficile e non solo perchè gli afghani sono maestri in qualsiasi trattativa. Per ora hanno incassato il ripristino della legalità sui cosiddetti “night raid” (irruzioni, perquisizioni, arresti notturni nelle case afghane), forse il maggior punto di frizione tra gli afghani e le truppe occidentali; i night raid potranno essere svolti solo sotto la supervisione afghana.
    L’altro punto aperto è quello dei soldi. Karzai non si accontenta delle generiche rassicurazioni sui finanziamenti internazionali alle truppe afghane, vuole sapere quanto e quando verrà versato da Nato e dagli Stati Uniti nelle casse di Kabul per finanziare l’Anp e l’Ana, polizia ed esercito.

    Il contro ammonterà a circa quattro miliardi di dollari all’anno, la discussione in corso (anche oggi) alla Nato è quanta parte di questa somma verrà appunto pagata da contribuenti non-americani. L’appuntamento con il conto è rinviato al vertice di Chicago a maggio.

    E’ l’effetto Najibullah: il presidente filo-sovietico ha resistito quattro anni dopo il ritiro delle truppe di Mosca, poi è crollato definitivamente il gigante sovietico e finiti i soldi (che servivano a pagare per lo più le truppe afghane) è finito anche Najibullah. Una lezione della storia che Karzai conosce molto bene

  • Un tempo impiccavano le tv ai pali della luce (quando non lo facevano con le persone), fino a qualche anno fa affiggevano lettere di minaccia, durante la notte, alle case dove svettava un’antenna parabolica, vietavano la musica e gli home-video. Ma i talebani sono cambiati e sono ormai diventati anche abili comunicatori in una guerra che è anche conflitto di propaganda.
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  • Cinquantamila dollari sono tanti e non solo in Afghanistan, è la somma consegnata ai parenti per ognuna delle sedici vittime della strage di Kandahar. All’incirca dieci volte in più delle “compensazioni” che normalmente l’Isaf paga in casi del genere. Del resto questa volta li hanno chiamati “i soldi del presidente Obama” come è stato detto ai parenti.

    Non è chiaro se la somma sia stata pagata anche per la diciassettesima vittima  della strage, spuntata a sorpresa durante l’iter giudiziario in America nonostante il conteggio dei cadaveri fosse appunto di sedici. Uno di quei corpi di giovane donna portava in grembo un bimbo e i giudici americani hanno ritenuto di aggiornare il conto dei capi d’accusa.

    Blood Money. In Afghanistan, i parenti delle vittime possono concedere il perdono all’assassino in cambio di un pagamento in denaro, è un’ancestrale regola tribale da leggere nel contesto di una società arcaica che cerca, in tradizioni del genere, un meccanismo per prevenire le interminabili faide. In questo caso le autorità afghane hanno precisato che non si tratta di questo genere di pagamento ma solo di un aiuto alle famiglie, un modo per dire che comunque si aspettano giustizia dall’America.

    Ma i dubbi sul processo americano continuano a crescere: il sergente Bales avrebbe agito in due tempi secondo l’ultima ricostruzione; in mezzo un temporaneo ritorno alla base. Elementi che cozzano con l’ipotesi del killer “solitario” sin’ora unica sul tavolo. Intanto monta l’onda mediatica negli Stati Uniti sulla figura del sergente “bravo ragazzo” ma stressato dalla guerra…l’anticamera di una mini condanna per attenuanti psichiatriche?

  • E’ un rumore sordo, quasi ovattato, che echeggia da lontano, è un colpo “incoming”. Significa che a sparare non sono i “nostri” mortai, quelle dell’Isaf, ma i “loro” quelli della guerriglia. Nel linguaggio militare che riesce, brillantemente, a sterilizzare qualsiasi parola che possa evocare paura, viene definito “tiro indiretto”, c’è chi parla anche di “fuoco indiretto”. I mortai, come i razzi, arrivano a parabola, salgono in cielo e poi ricadono, anche a chilometri di distanza, quasi mai prendendo il bersaglio, arrivandoci vagamente vicino salvo il caso in cui al tiro ci sia un esperto “calcolatore”.

    In Afghanistan attacchi del genere nemmeno si contano, sono all’ordine del giorno. Se parla solo quando costano la vita chi li subisce, come accaduto purtroppo sabato al sergente Michele Silvestri, mentre altri cinque soldati italiani hanno riportato ferite. Almeno due di loro verranno segnati da quell’attacco per il resto della loro vita (per inciso, stanno per essere trasferiti al centro medico americano di Ramstein in Germania).

    Gli afghani
    riescono a muoversi agevolmente sulle loro aspre montagne, riescono a portarsi dietro un mortaio che pesa diverse decine di chili e un massimo di tre colpi, lo sistemano alla buona (altro che messa “in bolla” o calcoli di trigonometria) e sparano in rapida successione sul bersaglio per poi sparire tra le rocce. Il bersaglio sono quasi sempre le evidentemente immobili basi occidentali, soprattutto quelle fob, quei fortini assediati dalle montagne come la base italiana “Ice” in Gulistan, provincia di Farah. L’area nella quale, a tutt’oggi, si contano più caduti italiani. 

    I guerriglieri vanno per tentativi, a occhio,
     per questo anche solo per avvicinarsi al bersaglio ci vogliono almeno un paio di “sortite”. Quando i colpi di mortaio arrivano sul bersaglio, in Afghanistan le truppe occidentali, di solito, pensano a combattenti stranieri, come ai “leggendari” ceceni di cui gli americani favoleggiano nella provincia di Logar.
    In risposta partono colpi di mortaio che spazzano le alture ma quasi mai riescono a fermare gli attacchi o – per usare il linguaggio ufficiale dell’esercito italiano – a “neutralizzare” gli aggressori (leggi: farli a pezzi).

    Mi è capitato diverse volte di trovarmi in una base sottoposta ad attacchi del genere, la prima “mortaiata” ti spaventa, le altre sembrano lontane, poi ti ci abitui e quasi non ci fai più caso nemmeno quando parte la “serie” di colpi di risposta, un boato vicino che invece si squassa dentro.
    E’ la routine del conflitto afghano, quella nel mezzo della quale vivono migliaia di soldati occidentali e molti più civili che hanno la sfortuna di ritrovarsi ad abitare nel posto sbagliato. Una routine di cui sarebbe giusto parlare più spessi, descriverla, per far capire quanto complesso sia quel conflitto, quanto pericoloso, quando assurdo nella sua logica di combattimento.
    E  anche per non meravigliarsi quando arriva un tragico pomeriggio in cui uno di quei colpi di mortaio cade sul bersaglio, utilizza un cortile per amplificare la sua onda d’urto, spara schegge, sassi e ogni genere di frammento in un ciclone di morte che raggiunge persino le case italiane a migliaia di chilometri di distanza

  • Tra poche ore verranno formalizzati i diciassette capi d’imputazione per il sergente Bales, l’autore della strage di Kandahar che gli afghani volevano processare a Kabul ma che gli americani processeranno (come loro diritto) in patria.

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