Tashakor

di Nico Piro

  • Kabul è ancora sotto shock dopo l’attacco di domenica. I talebani si divertono a far sapere alla Reuters di aver provato l’operazione per due mesi prima di metterla in pratica, persino ricostruendo parte dei luoghi da attaccare nei loro campi d’addestramento. Karzai ammette che c’è stato un fallimento dell’intelligence: ovviamente non di quella sua (della quale ha cacciato il capo perchè contrario a trattative con i talebani), ma dell’intelligence Nato. Il segretario alla Difesa americano, Panetta, fa sapere – evitando la polemica diretta – che rapporti dei servizi parlavano dell’attacco e del clan di Haqqani ben prima di domenica. Gli americani hanno – per ora – evitato polemiche con il Pakistan che ospita e sponsorizza (tramite i suoi servizi segreti) i mafiosi del clan Haqqani.

    In tutto questo scenario Karzai vuole i soldi. Messa così suona male ma è di questo che stiamo parlando. Il governo afghano da mesi tratta con quello americano per chiudere un accordo storico che farà restare le truppe americane nella “base” afghana (almeno) fino al 2024 ovvero dieci anni dopo il ritiro di tutte le truppe Isaf. La mediazione è difficile e non solo perchè gli afghani sono maestri in qualsiasi trattativa. Per ora hanno incassato il ripristino della legalità sui cosiddetti “night raid” (irruzioni, perquisizioni, arresti notturni nelle case afghane), forse il maggior punto di frizione tra gli afghani e le truppe occidentali; i night raid potranno essere svolti solo sotto la supervisione afghana.
    L’altro punto aperto è quello dei soldi. Karzai non si accontenta delle generiche rassicurazioni sui finanziamenti internazionali alle truppe afghane, vuole sapere quanto e quando verrà versato da Nato e dagli Stati Uniti nelle casse di Kabul per finanziare l’Anp e l’Ana, polizia ed esercito.

    Il contro ammonterà a circa quattro miliardi di dollari all’anno, la discussione in corso (anche oggi) alla Nato è quanta parte di questa somma verrà appunto pagata da contribuenti non-americani. L’appuntamento con il conto è rinviato al vertice di Chicago a maggio.

    E’ l’effetto Najibullah: il presidente filo-sovietico ha resistito quattro anni dopo il ritiro delle truppe di Mosca, poi è crollato definitivamente il gigante sovietico e finiti i soldi (che servivano a pagare per lo più le truppe afghane) è finito anche Najibullah. Una lezione della storia che Karzai conosce molto bene

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