Tashakor

di Nico Piro

  • Dopo l’ennesimo episodio di “green on blue” ovvero di alleati afghani, non talebani, che ammazzano soldati occidentali (in questo fine settimana, quattro americani uccisi da un poliziotto nella provincia di Zabul), la Nato ha preso una decisione drastica e radicale.
    Per evitare il “green on blue”, i “green” (poliziotti, guardie di frontiera e militari afghani) resteranno da soli, senza “blue” (soldati della colazione).  In pratica da oggi sono sospese le pattuglie congiunte, verranno effettuate insieme solo operazioni di livello superiore non quelle ordinarie, i quotidiani pattugliamenti.

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  • Se non fosse stato per le manifestazioni di rabbia anti-americana per il film blasfesmo su Maometto, arrivate domenica anche a Kabul, questo fine settimana in Afghanistan sarebbe più o meno passato nell’indifferenza mediatica. Eppure è stato un fine settimana nero e come tale verrà ricordato negli annali del conflitto.

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  • Uno dei fondatori di medici senza frontiere, Jaques Beres, ha rilasciato un’intervista alla Reuters, di ritorno da Aleppo dove era andato per portare aiuto e lavorare come chirurgo in prima linea. La sua memoria si fissa un punto inquietante, Beres sostiene di aver trovato nei combattenti anti-regime un sostanziale disinteresse verso la caduta di Bashar Al Assad, il loro obiettivo – dice – è la creazione di uno stato islamico retto dalla sharia. Tra loro, c’erano anche francesi.

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  • Angosciati dalla crisi economica (aggravata dall’incognita greca) e preoccupati di far digerire tagli e sacrifici a chi li ha votati, i leader internazionali si ritrovano da oggi a Chicago per discutere di risparmi (quelli di un sistema militare più integrato) e di spese, ovvero di quelle che dovranno sostenere per il futuro dell’Afghanistan.

    Il vertice Nato di Chicago è uno dei più importanti di sempre, sia per numero di partecipanti, sia per le decisioni che verranno prese, ma appare come un altro intralcio tra i piedi di chi deve fare i conti con il bilancio pubblico e con i sondaggi d’opinione. In pratica la Nato rinuncia a vincere (se mai fosse possibile) la guerra afghana, si ritaglia una vita d’uscita onorevole affidando la sicurezza del Paese alle forze di sicurezza locali (chiaramente inadeguate al compito) ma deve pagarne la bolletta.

    Le forze afghane costano quattro miliardi e cento milioni di dollari all’anno. Una cifra che solo in minima parte (circa cinquecento milioni) verra coperta dal governo di Kabul, il grosso verrà pagato dai contribuenti americani ma il resto lo cacceremo anche noi. Non esattamente un problema da poco per governi – vedi quello italiano – che sono alle prese con la crisi internazionale, tra indigesti tagli allo stato sociale e l’esigenza di giustificare spese per centinaia di milioni di euro che andranno avanti per almeno un decennio. In termini di sondaggi d’opinione (a proposito l’ultimo effettuato in America dava il supporto alla guerra sotto il 30%) servirà a poco dire che pagare le forze afghane costa meno che mandare i propri soldati in Afghanistan. Una bella tegola questa della crisi economica che piomba sul “tavolo afghano”, quasi a voler complicare una situazione già di per sè difficile.

    Ci sarà anche il traballante presidente pakistano Alì Al Zardari, al vertice di Chicago, ma non si avvicina la riapertura della rotta logistica che dal porto di Karachi raggiunge l’Afghanistan attraverso il passo Kyber, chiusa dal novembre scorso dopo un incidente sulla frontiera con i militari americani. Rotta che – dice il generale Allen – servirà soprattutto quando l’Isaf dovrà lasciare il Paese: spostare 100 mila uomini e i loro mezzi, un’operazione mai vista prima e non senza rischi.

  • Kabul è ancora sotto shock dopo l’attacco di domenica. I talebani si divertono a far sapere alla Reuters di aver provato l’operazione per due mesi prima di metterla in pratica, persino ricostruendo parte dei luoghi da attaccare nei loro campi d’addestramento. Karzai ammette che c’è stato un fallimento dell’intelligence: ovviamente non di quella sua (della quale ha cacciato il capo perchè contrario a trattative con i talebani), ma dell’intelligence Nato. Il segretario alla Difesa americano, Panetta, fa sapere – evitando la polemica diretta – che rapporti dei servizi parlavano dell’attacco e del clan di Haqqani ben prima di domenica. Gli americani hanno – per ora – evitato polemiche con il Pakistan che ospita e sponsorizza (tramite i suoi servizi segreti) i mafiosi del clan Haqqani.

    In tutto questo scenario Karzai vuole i soldi. Messa così suona male ma è di questo che stiamo parlando. Il governo afghano da mesi tratta con quello americano per chiudere un accordo storico che farà restare le truppe americane nella “base” afghana (almeno) fino al 2024 ovvero dieci anni dopo il ritiro di tutte le truppe Isaf. La mediazione è difficile e non solo perchè gli afghani sono maestri in qualsiasi trattativa. Per ora hanno incassato il ripristino della legalità sui cosiddetti “night raid” (irruzioni, perquisizioni, arresti notturni nelle case afghane), forse il maggior punto di frizione tra gli afghani e le truppe occidentali; i night raid potranno essere svolti solo sotto la supervisione afghana.
    L’altro punto aperto è quello dei soldi. Karzai non si accontenta delle generiche rassicurazioni sui finanziamenti internazionali alle truppe afghane, vuole sapere quanto e quando verrà versato da Nato e dagli Stati Uniti nelle casse di Kabul per finanziare l’Anp e l’Ana, polizia ed esercito.

    Il contro ammonterà a circa quattro miliardi di dollari all’anno, la discussione in corso (anche oggi) alla Nato è quanta parte di questa somma verrà appunto pagata da contribuenti non-americani. L’appuntamento con il conto è rinviato al vertice di Chicago a maggio.

    E’ l’effetto Najibullah: il presidente filo-sovietico ha resistito quattro anni dopo il ritiro delle truppe di Mosca, poi è crollato definitivamente il gigante sovietico e finiti i soldi (che servivano a pagare per lo più le truppe afghane) è finito anche Najibullah. Una lezione della storia che Karzai conosce molto bene

  • Cinquantamila dollari sono tanti e non solo in Afghanistan, è la somma consegnata ai parenti per ognuna delle sedici vittime della strage di Kandahar. All’incirca dieci volte in più delle “compensazioni” che normalmente l’Isaf paga in casi del genere. Del resto questa volta li hanno chiamati “i soldi del presidente Obama” come è stato detto ai parenti.

    Non è chiaro se la somma sia stata pagata anche per la diciassettesima vittima  della strage, spuntata a sorpresa durante l’iter giudiziario in America nonostante il conteggio dei cadaveri fosse appunto di sedici. Uno di quei corpi di giovane donna portava in grembo un bimbo e i giudici americani hanno ritenuto di aggiornare il conto dei capi d’accusa.

    Blood Money. In Afghanistan, i parenti delle vittime possono concedere il perdono all’assassino in cambio di un pagamento in denaro, è un’ancestrale regola tribale da leggere nel contesto di una società arcaica che cerca, in tradizioni del genere, un meccanismo per prevenire le interminabili faide. In questo caso le autorità afghane hanno precisato che non si tratta di questo genere di pagamento ma solo di un aiuto alle famiglie, un modo per dire che comunque si aspettano giustizia dall’America.

    Ma i dubbi sul processo americano continuano a crescere: il sergente Bales avrebbe agito in due tempi secondo l’ultima ricostruzione; in mezzo un temporaneo ritorno alla base. Elementi che cozzano con l’ipotesi del killer “solitario” sin’ora unica sul tavolo. Intanto monta l’onda mediatica negli Stati Uniti sulla figura del sergente “bravo ragazzo” ma stressato dalla guerra…l’anticamera di una mini condanna per attenuanti psichiatriche?

  • Tra poche ore verranno formalizzati i diciassette capi d’imputazione per il sergente Bales, l’autore della strage di Kandahar che gli afghani volevano processare a Kabul ma che gli americani processeranno (come loro diritto) in patria.

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  • I media, come solo in America riescono a fare, stanno scavando nella vita del soldato Bales, il massacratore di Kandahar. Dopo un silenzio (senza precedenti) di sei giorni sulle generalità del sergente, ora che si trova in un carcere americano, inzia ad emergere il ritratto di un soldato modello, arruolatosi dopo l’11 settembre, finito in un bel po’ di situazioni calde sul campo di battaglia iracheno, sopravvissuto ad almeno un ordigno ied, con molti debiti sulla casa (tanto da doverla vendere) e un paio di episodi spiacevoli nella sua vita da civile.  Leggi tutto…

  • La data di ieri verrà ricordata nella storia del conflitto afghano post-11 settembre.
    Ieri è definitivamente crollata la speranza che il (già vacillante) programma occidentale di uscita dal Paese potesse essere attuato come previsto.
    In realtà la “transizione” ovvero il passaggio delle competenze sulla sicurezza dalle truppe Isaf alle truppe afghane entro il 2014, attraverso di un programma di addestramento militare sempre più inteso e altrettanto intense trattative di pace, da tempo sembrava solo un modo per lasciare il paese senza ammettere gli errori commessi in questo conflitto. Ieri però le cose si sono ulteriormente complicate.

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  • Per un paio di settimane, a metà febbraio, le italiche nevicate hanno tenuto banco sui nostri media, tra curiosità, polemiche e un triste corollario di vittime.
    Nelle stesse settimane, l’Afghanistan affrontava il suo peggior inverno negli ultimi 15 anni, che intanto – ai primi di marzo – è diventato il peggiore degli ultimi trent’anni.
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