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		<title>La borsa e la vita</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Apr 2012 13:33:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nicopiro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Kabul è ancora sotto shock dopo l’attacco di domenica. I talebani si divertono a far sapere alla Reuters di aver provato l’operazione per due mesi prima di metterla in pratica, persino ricostruendo parte dei luoghi da attaccare nei loro campi d’addestramento. Karzai ammette che c’è stato un fallimento dell’intelligence: ovviamente non di quella sua (della quale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Kabul è ancora sotto shock dopo l’attacco di domenica.</strong> I talebani si divertono a far sapere alla Reuters di aver provato l’operazione per due mesi prima di metterla in pratica, persino ricostruendo parte dei luoghi da attaccare nei loro campi d’addestramento. Karzai ammette che c’è stato un fallimento dell’intelligence: ovviamente non di quella sua (della quale ha cacciato il capo perchè contrario a trattative con i talebani), ma dell’intelligence Nato. Il segretario alla Difesa americano, Panetta, fa sapere – evitando la polemica diretta – che rapporti dei servizi parlavano dell’attacco e del clan di Haqqani ben prima di domenica. Gli americani hanno – per ora – evitato polemiche con il Pakistan che ospita e sponsorizza (tramite i suoi servizi segreti) i mafiosi del clan Haqqani.</p>
<p><strong>In tutto questo scenario Karzai vuole i soldi.</strong> Messa così suona male ma è di questo che stiamo parlando. Il governo afghano da mesi tratta con quello americano per chiudere un accordo storico che farà restare le truppe americane nella “base” afghana (almeno) fino al 2024 ovvero dieci anni dopo il ritiro di tutte le truppe Isaf. La mediazione è difficile e non solo perchè gli afghani sono maestri in qualsiasi trattativa. Per ora hanno incassato il ripristino della legalità sui cosiddetti “night raid” (irruzioni, perquisizioni, arresti notturni nelle case afghane), forse il maggior punto di frizione tra gli afghani e le truppe occidentali; i night raid potranno essere svolti solo sotto la supervisione afghana.<br />
L’altro punto aperto è quello dei soldi. Karzai non si accontenta delle generiche rassicurazioni sui finanziamenti internazionali alle truppe afghane, vuole sapere quanto e quando verrà versato da Nato e dagli Stati Uniti nelle casse di Kabul per finanziare l’Anp e l’Ana, polizia ed esercito.</p>
<p><strong>Il contro ammonterà</strong> a circa quattro miliardi di dollari all’anno, la discussione in corso (anche oggi) alla Nato è quanta parte di questa somma verrà appunto pagata da contribuenti non-americani. L’appuntamento con il conto è rinviato al vertice di Chicago a maggio.</p>
<p><strong>E’ l’effetto Najibullah:</strong> il presidente filo-sovietico ha resistito quattro anni dopo il ritiro delle truppe di Mosca, poi è crollato definitivamente il gigante sovietico e finiti i soldi (che servivano a pagare per lo più le truppe afghane) è finito anche Najibullah. Una lezione della storia che Karzai conosce molto bene</p>
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		<title>Il talebano risponde</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Mar 2012 14:45:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nicopiro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un tempo impiccavano le tv ai pali della luce (quando non lo facevano con le persone), fino a qualche anno fa affiggevano lettere di minaccia, durante la notte, alle case dove svettava un&#8217;antenna parabolica, vietavano la musica e gli home-video. Ma i talebani sono cambiati e sono ormai diventati anche abili comunicatori in una guerra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Un tempo impiccavano</strong> le tv ai pali della luce (quando non lo facevano con le persone), fino a qualche anno fa affiggevano lettere di minaccia, durante la notte, alle case dove svettava un&#8217;antenna parabolica, vietavano la musica e gli home-video. Ma i talebani sono cambiati e sono ormai diventati anche abili comunicatori in una guerra che è anche conflitto di propaganda.<br />
<span id="more-188"></span><br />
<strong>Eppure quello che sta succedendo in questi giorni ha dell&#8217;inedito e dell&#8217;incredibile</strong>. I talebani sul loro sito hanno aperto uno spazio per le domande dei lettori a cui risponde il portavoce Zabihullah Mujahid. Questo <a href="http://WWW.ALEMARA1.COM/INDEX.PHP?OPTION=COM--PHOCAGUESTBOOK&amp;VIEW=PHOCAGUESTBOOK&amp;ID=3&amp;ITEMID=67">il link nel caso aveste domande </a>da porre&#8230; link che non sempre funziona&#8230;</p>
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		<title>Blood Money</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Mar 2012 14:29:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nicopiro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Cinquantamila dollari sono tanti e non solo in Afghanistan, è la somma consegnata ai parenti per ognuna delle sedici vittime della strage di Kandahar. All&#8217;incirca dieci volte in più delle &#8220;compensazioni&#8221; che normalmente l&#8217;Isaf paga in casi del genere. Del resto questa volta li hanno chiamati &#8220;i soldi del presidente Obama&#8221; come è stato detto ai parenti.
Non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Cinquantamila dollari </strong>sono tanti e non solo in Afghanistan, è la somma consegnata ai parenti per ognuna delle sedici vittime della strage di Kandahar. All&#8217;incirca dieci volte in più delle &#8220;compensazioni&#8221; che normalmente l&#8217;Isaf paga in casi del genere. Del resto questa volta li hanno chiamati &#8220;i soldi del presidente Obama&#8221; come è stato detto ai parenti.</p>
<p><strong>Non è chiaro se la somma </strong>sia stata pagata anche per la diciassettesima vittima  della strage, spuntata a sorpresa durante l&#8217;iter giudiziario in America nonostante il conteggio dei cadaveri fosse appunto di sedici. Uno di quei corpi di giovane donna portava in grembo un bimbo e i giudici americani hanno ritenuto di aggiornare il conto dei capi d&#8217;accusa.</p>
<p><strong>Blood Money.</strong> In Afghanistan, i parenti delle vittime possono concedere il perdono all&#8217;assassino in cambio di un pagamento in denaro, è un&#8217;ancestrale regola tribale da leggere nel contesto di una società arcaica che cerca, in tradizioni del genere, un meccanismo per prevenire le interminabili faide. In questo caso le autorità afghane hanno precisato che non si tratta di questo genere di pagamento ma solo di un aiuto alle famiglie, un modo per dire che comunque si aspettano giustizia dall&#8217;America.</p>
<p><strong>Ma i dubbi sul processo americano</strong> continuano a crescere: il sergente Bales avrebbe agito in due tempi secondo l&#8217;ultima ricostruzione; in mezzo un temporaneo ritorno alla base. Elementi che cozzano con l&#8217;ipotesi del killer &#8220;solitario&#8221; sin&#8217;ora unica sul tavolo. Intanto monta l&#8217;onda mediatica negli Stati Uniti sulla figura del sergente &#8220;bravo ragazzo&#8221; ma stressato dalla guerra&#8230;l&#8217;anticamera di una mini condanna per attenuanti psichiatriche?</p>
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		<title>Fuoco indiretto</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Mar 2012 14:57:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nicopiro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E’ un rumore sordo, quasi ovattato, che echeggia da lontano, è un colpo “incoming”. Significa che a sparare non sono i “nostri” mortai, quelle dell’Isaf, ma i “loro” quelli della guerriglia. Nel linguaggio militare che riesce, brillantemente, a sterilizzare qualsiasi parola che possa evocare paura, viene definito “tiro indiretto”, c’è chi parla anche di “fuoco indiretto”. I [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>E’ un rumore sordo, quasi ovattato, che echeggia da lontano</strong>, è un colpo “incoming”. Significa che a sparare non sono i “nostri” mortai, quelle dell’Isaf, ma i “loro” quelli della guerriglia. Nel linguaggio militare che riesce, brillantemente, a sterilizzare qualsiasi parola che possa evocare paura, viene definito “tiro indiretto”, c’è chi parla anche di “fuoco indiretto”. I mortai, come i razzi, arrivano a parabola, salgono in cielo e poi ricadono, anche a chilometri di distanza, quasi mai prendendo il bersaglio, arrivandoci vagamente vicino salvo il caso in cui al tiro ci sia un esperto “calcolatore”.</p>
<p><strong>In Afghanistan attacchi del genere nemmeno si contano, sono all’ordine del giorno. </strong>Se parla solo quando costano la vita chi li subisce, come accaduto purtroppo sabato al sergente Michele Silvestri, mentre altri cinque soldati italiani hanno riportato ferite. Almeno due di loro verranno segnati da quell’attacco per il resto della loro vita (per inciso, stanno per essere trasferiti al centro medico americano di Ramstein in Germania).<br />
<strong><br />
Gli afghani</strong> <strong>riescono a muoversi agevolmente</strong> sulle loro aspre montagne, riescono a portarsi dietro un mortaio che pesa diverse decine di chili e un massimo di tre colpi, lo sistemano alla buona (altro che messa “in bolla” o calcoli di trigonometria) e sparano in rapida successione sul bersaglio per poi sparire tra le rocce. Il bersaglio sono quasi sempre le evidentemente immobili basi occidentali, soprattutto quelle fob, quei fortini assediati dalle montagne come la base italiana “Ice” in Gulistan, provincia di Farah. L’area nella quale, a tutt’oggi, si contano più caduti italiani. <br />
<strong><br />
I guerriglieri vanno per tentativi, a occhio,</strong> per questo anche solo per avvicinarsi al bersaglio ci vogliono almeno un paio di “sortite”. Quando i colpi di mortaio arrivano sul bersaglio, in Afghanistan le truppe occidentali, di solito, pensano a combattenti stranieri, come ai “leggendari” ceceni di cui gli americani favoleggiano nella provincia di Logar.<br />
In risposta partono colpi di mortaio che spazzano le alture ma quasi mai riescono a fermare gli attacchi o – per usare il linguaggio ufficiale dell’esercito italiano – a “neutralizzare” gli aggressori (leggi: farli a pezzi).</p>
<p><strong>Mi è capitato</strong> diverse volte di trovarmi in una base sottoposta ad attacchi del genere, la prima “mortaiata” ti spaventa, le altre sembrano lontane, poi ti ci abitui e quasi non ci fai più caso nemmeno quando parte la “serie” di colpi di risposta, un boato vicino che invece si squassa dentro.<br />
E’ la routine del conflitto afghano, quella nel mezzo della quale vivono migliaia di soldati occidentali e molti più civili che hanno la sfortuna di ritrovarsi ad abitare nel posto sbagliato. Una routine di cui sarebbe giusto parlare più spessi, descriverla, per far capire quanto complesso sia quel conflitto, quanto pericoloso, quando assurdo nella sua logica di combattimento.<br />
E  anche per non meravigliarsi quando arriva un tragico pomeriggio in cui uno di quei colpi di mortaio cade sul bersaglio, utilizza un cortile per amplificare la sua onda d’urto, spara schegge, sassi e ogni genere di frammento in un ciclone di morte che raggiunge persino le case italiane a migliaia di chilometri di distanza</p>
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		<title>Prove it!</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Mar 2012 13:24:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nicopiro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tra poche ore verranno formalizzati i diciassette capi d’imputazione per il sergente Bales, l’autore della strage di Kandahar che gli afghani volevano processare a Kabul ma che gli americani processeranno (come loro diritto) in patria.
Se dal processo si attendeva quel segnale di rigore capace in qualche modo di (iniziare a) recuperare i rapporti tra forze occidentali [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Tra poche ore</strong> verranno formalizzati i diciassette capi d’imputazione per il sergente Bales, l’autore della strage di Kandahar che gli afghani volevano processare a Kabul ma che gli americani processeranno (come loro diritto) in patria.</p>
<p><strong><span id="more-179"></span>Se dal processo</strong> si attendeva quel segnale di rigore capace in qualche modo di (iniziare a) recuperare i rapporti tra forze occidentali e popolo afghano, le cose non sembrano mettersi in questa direzione. Bales afferma di non ricordare nulla se non il prima e il dopo la strage. Il suo avvocato sta smontando il castello accusatorio affermando che non ci sono elementi di colpevolezza per Bales, alla Cbs ha sintetizzato il tutto in due parole: “Prove it!” ovvero “provatelo” (che lui sia l’autore della strage).<br />
Tra autopsie non effettuate e testimoni difficilmente reperibili, sembra difficile che Bales possa ricevere una condanna esemplare o semplicemente una condanna. In sintesi, oltre alle polemiche, cresceranno anche i dubbi sulla dinamica della strage (ha agito un solo soldato?), di cui adesso si scopre che le vittime sono state 17 e non 16 come detto inizialmente</p>
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		<title>Il processo e le vittime anonime</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Mar 2012 13:25:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nicopiro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I media, come solo in America riescono a fare, stanno scavando nella vita del soldato Bales, il massacratore di Kandahar. Dopo un silenzio (senza precedenti) di sei giorni sulle generalità del sergente, ora che si trova in un carcere americano, inzia ad emergere il ritratto di un soldato modello, arruolatosi dopo l’11 settembre, finito in un bel po’ di situazioni calde sul [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>I media, </strong>come solo in America riescono a fare, stanno scavando nella vita del soldato Bales, il massacratore di Kandahar. Dopo un silenzio (senza precedenti) di sei giorni sulle generalità del sergente, ora che si trova in un carcere americano, inzia ad emergere il ritratto di un soldato modello, arruolatosi dopo l’11 settembre, finito in un bel po’ di situazioni calde sul campo di battaglia iracheno, sopravvissuto ad almeno un ordigno ied, con molti debiti sulla casa (tanto da doverla vendere) e un paio di episodi spiacevoli nella sua vita da civile. <span id="more-181"></span><br />
Non è solo curiosità morbosa ma una parte della cultura americana; è la voglia di capire per correggere l’errore, la pretesa che anche le forze armate siano una “learning organization”. La Stryker Brigade era la stessa coinvolta nello scandalo della “squadretta della morte” che uccise tre civili afghani per il gusto di farlo e ora ci si chiede se, in quell’unità, siano stati sottovalutati i casi di stress da combattimento e, quindi, quante altre mine vaganti con la divisia siano attualmente in giro. Si cerca di capire, inoltre, se Bales aveva o meno subito danni cerebrali quando il suo mezzo si era ribaltato dopo un esplosione in Iraq.</p>
<p><strong>La cosa che però mi colpisce è come la stampa americana</strong> non stia dando seguito ai dubbi che gli afghani sollevano sulla dinamica dell’episodio. La tesi del soldato fuori controllo, con problemi familiari, debiti, stress da utilizzo troppo prolungato in zona di guerra e troppo alcool in corpo, sembra stia soddisfacendo tutti negli Stati Uniti.<br />
Gli afghani, invece, sin dal primo momento parlano di più soldati in azione e ora la commissione d’inchiesta governativa riferisce di un dettaglio non compatibile con l’opera di un solo soldato ovvero lo stupro di due tra le donne uccise. Due tra le vittime di cui – per inciso – non conosciamo nè i nomi nè quanto dovessero ancora per saldare il tradizionale prestito (ad usura) che i contadini di Kandahar ricevono alla semina per ripagarlo poi al raccolto.</p>
<p><strong>Attendibili o meno che siano le fonti afghane</strong>, in questa storia resta da capire come sia possibile che in uno dei distretti a più alto rischio della provincia di Kandahar un soldato possa camminare due chilometri senza essere fatto a pezzi dal “nemico” e, soprattutto, come abbia potuto lasciare indisturbato e da solo - contro ogni procedura – una base seppur piccola ma sorvegliata di notte come di giorno. Per giunta una base dove, secondo le prime ricostruzioni, c’erano anche “berretti verdi” ovvero uomini delle forze speciali.</p>
<p><strong>Comunque sia la scelta americana di “estrarre”</strong> dal teatro afghano il presunto colpevole (pur essendo in linea con la tradizione americana di gestione di casi del genere e con l’accordo firmato con l’Afghanistan nel 2003) e di riportarlo in patria dove verrà sottoposto ad un processo dal dubbio esito, non fa altro che esasperare i rapporti tra Stati Uniti e Afghanistan.</p>
<p><strong>Se dopo l’incenerimento delle copie del corano</strong> gli afghani sono scesi in piazza a migliaia, dopo la strage di Kandahar le proteste sono state ben più limitate ma questo non deve far pensare che i danni siano meno gravi in termini di relazioni tra i due Paesi.<br />
A livello di rapporti tra governi siamo ormai arrivati alla frutta <a href="http://www.nytimes.com/2012/03/18/world/asia/gulf-widens-between-us-and-an-increasingly-hostile-karzai.html?_r=1&amp;ref=world" target="_blank">(per approfondire vedi, per esempio, questo articolo del New York Times).<br />
</a>L’ondivago Karzai da anni protesta contro i bombardamenti che fanno vittime civili (e qualcosa è sicuramente cambiato intanto) ma anche contro i raid notturni che offendono nel profondo la dignità e la cultura afghana (e qui ha sempre ricevuto, invece, un no totale). Questa volta la richiesta afghana era quello di un processo in Afghanistan per Bales, una richiesta era logica ed accettabile anche se, di sicuro, avrebbe creato in patria grossi problemi ad Obama con l’opinione pubblica.<br />
Non averla in alcun modo assecondata oltre a moltiplicare i dubbi sulla strage, ha ormai contribuito al paradosso di un Paese (gli Stati Uniti) che ha speso miliardi di dollari e migliaia di vite per sostenere un altro governo con il quale sono più i motivi di scontro che di incontro. Tutto ciò, nonostante, la stessa sicurezza e la sopravvivenza dell’uomo forse più a rischio di attentato al mondo, Hamid Karzai, dipendano proprio da quell’alleato con il quale il presidente non riesce quasi più a parlare</p>
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		<title>Le idi di marzo</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Mar 2012 13:26:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nicopiro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[
La data di ieri verrà ricordata nella storia del conflitto afghano post-11 settembre.
Ieri è definitivamente crollata la speranza che il (già vacillante) programma occidentale di uscita dal Paese potesse essere attuato come previsto.
In realtà la “transizione” ovvero il passaggio delle competenze sulla sicurezza dalle truppe Isaf alle truppe afghane entro il 2014, attraverso di un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<p>La data di ieri verrà ricordata nella storia del conflitto afghano post-11 settembre.<br />
Ieri è definitivamente crollata la speranza che il (già vacillante) programma occidentale di uscita dal Paese potesse essere attuato come previsto.<br />
In realtà la “transizione” ovvero il passaggio delle competenze sulla sicurezza dalle truppe Isaf alle truppe afghane entro il 2014, attraverso di un programma di addestramento militare sempre più inteso e altrettanto intense trattative di pace, da tempo sembrava solo un modo per lasciare il paese senza ammettere gli errori commessi in questo conflitto. Ieri però le cose si sono ulteriormente complicate.</p>
<p><span id="more-183"></span>Karzai ha incontrato Leon Panetta, il ministro alla difesa americano (per inciso, non mirava a lui ma ad un alto ufficiale Nato l’interprete afghano trasformatosi in kamikaze sulla pista della base di Kandahar, il giorno prima) e gli ha fatto sapere che vuole le truppe Isaf fuori dalle aree rurali afghane a partire dal 2013. Visto che l’Afghanistan è un enorme area rurale e visto che è lì che si svolgono i combattimenti (non nelle poche aree urbane, terreno invece per attentati), la richiesta di Karzai equivale ad anticipare il ritiro al 2013.</p>
<p>In contemporanea, i talebani hanno fatto sapere di aver sospeso le trattative di pace con gli americani. Per la verità parlare di trattative di pace è arduo, dopo anni di tentativi negli ultimi mesi qualcosa si sta muovendo – grazie all’idea di aprire un ufficio talebano in Qatar – ma siamo alle fasi preliminari. Le fasi in cui le parti si danno prova della reciproca sincerità, in questo caso, attraverso lo scambio di prigionieri: cinque comandanti talebani detenuti a Guantanamo (da trasferire ai domiciliari in Qatar) in cambio un americano – non è chiaro di chi si tratti.<br />
I talebani non hanno precisato quale sia il prolema ma è chiaro che l’amministrazione americana sta affrontando grossi resistenze interne (vedi la posizione dei Repubblicani) perchè il rilascio di prigionieri non fa parte della prassi diplomatica statunitense.<br />
Senza considerare che le lungaggini americani assieme ai fatti di cronaca (Corano bruciato, la strage di civili a Kandahar) non fanno altro che giocare a favore di quelle componenti talebane che preferiscono aspettare il ritiro piuttosto che trattare.</p>
<p>Un colpo alle gambe, entrambe le “gambe” (la durata della presenza militare e le trattative di pace) della transizione…una exit-strategy che rischia di ritrovarsi senza via di uscita.</p>
</div>
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		<title>L&#8217;orrore</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Mar 2012 14:25:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nicopiro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Continuava a riperterla come un mantra quella parola &#8211; &#8220;l&#8217;orrore&#8221; &#8211; il colonnello Kurtz nel film Apocalypse Now.
Kurtz è l&#8217;icona di una guerra che era stato chiamato a combattere con le stesse armi del nemico per poi essere risucchiato dal vortice della violenza selvaggia, tanto da richiederne l&#8217;eliminazione. Kurtz, l&#8217;icona di una guerra dove gli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Continuava a riperterla come un mantra quella parola &#8211; &#8220;l&#8217;orrore&#8221; &#8211; il colonnello Kurtz nel film Apocalypse Now.</p>
<p>Kurtz è l&#8217;icona di una guerra che era stato chiamato a combattere con le stesse armi del nemico per poi essere risucchiato dal vortice della violenza selvaggia, tanto da richiederne l&#8217;eliminazione. Kurtz, l&#8217;icona di una guerra dove gli Stati Uniti avevano perso la superiorità morale.</p>
<p>In Afghanistan sta accadendo lo stesso. Come in ogni guerra asimmetrica (vedi Iraq) dove si confrontano eserciti regolari e pesantemente attrezzati con una guerriglia fantasma ma letale, l&#8217;orrore scorre a fiumi forse più che in conflitto tradizionale.</p>
<p>Questa mattina l&#8217;orrore si è presentato nei panni di un sergente americano alla porta di alcune abitazioni nel villaggio di Panjway. Il soldato aveva lasciato la vicina base in cui è di stanza, intorno alle tre. Ci è ritornato solo dopo aver ucciso sedici persone (compresi nove bambini e tre donne), per consegnarsi ai suoi commilitoni. Un caso di tracollo psicologico, secondo le prime ricostruzioni. Ma che si sia trattato di follia o meno, conta poco per la prevedibile reazione degli afghani.</p>
<p>Negli ultimi tempi sembra quasi che una mano invisibile stia spostando i pezzi sulla scacchiera per fare in modo che la posizione delle truppe occidentali in Afghanistan peggiori sempre di più. In realtà, dopo dieci anni di guerra, l&#8217;abisso afghano è talmente pieno che per un banale calcolo di probabilità vomita sempre più spesso l&#8217;orrore che coltiva.</p>
<p>Pochi giorni fa, il Paese era stato scosso da violente manifestazioni con decine di vittime (compresi sei soldati americani uccisi per mano di commilitoni dell&#8217;esercito afghano nello loro basi) perchè alla base di Bagrama, i soldati americani che si occupano di detenuti avevano sequestrato e poi bruciato centinaia di copier del corano, considerate un mezzo per trasferire informazioni dietro le sbarre e non l&#8217;icona dell&#8217;islam stesso.</p>
<p>Di recente, sono emerse altre storiacce che meglio di cento teorie raccontano dell&#8217;orrore di guerra come il video di un gruppo di cecchini americani intenti a pisciare sul cadavere di un presunto nemico, ucciso a distanza e trasformato in un temporaneo trofeo; o come la foto dei Marines schierata dietro la bandiera delle esse esse naziste che hanno poi confessato di non sapere cosa rappresentasse quel vessillo.</p>
<p>L&#8217;episodio di oggi è cosa diversa da quella &#8220;squadra della morte&#8221; con la divisa della Striker Brigade americana che proprio nella provincia di Kandahar uccise, in episodi diversi, tre civili solo per il gusto di farlo. Quelli erano crimini lucidamente programmati, quello di oggi un episodio, appunto, di apparente follia che arriva però mentre gli americani e gli afghani stanno conducendo una difficile trattativa. Dopo aver investito centinaia di milioni di dollari e migliaia di vite, gli americani vogliono restare in Afghanistan anche dopo la fine della missione Isaf, nel 2014, vogliono cioè sfruttare il Paese per la sua strategica posizione, dalla quale è possibile controllare ed eventualmente colpire l&#8217;Iran come la Cina ed il Pakistan oltre che tenere un occhio sui talebani. Che si chiuda o meno questo accordo, come pare probabile, il punto resta un altro dopo dieci anni di guerra e dopo le speranze tradite di una ricostruzione fallimentare, il rapporto tra truppe occidentali (per gli afghani sono tutti &#8220;americani&#8221;) e il popolo afghano è ormai compromesso e pare impossibile recuperarlo.</p>
<p>Prima di chiudere, a proposito di orrore. Il marines che ordinò la strage forse peggiore e più assurda delle guerre post-11 settembre, la strage di Hadita in Iraq, pur essendo stato riconosciuto colpevole da una corte marziale negli Stati Uniti, non passerà in carcere nemmeno un giorno per un misterioso &#8220;combinato disposto&#8221; delle regole e della catena degli eventi nonostante si porti sulla coscienza l&#8217;ordine di uccidere civili inermi per rappresaglia.</p>
<p>La follia, l&#8217;abbrutimento, la barbarie, la violenza gratuita di chi incontra la morte ogni giorno in luoghi che non conosce e non capisce, in un paesaggio allucinato, mi fa orrore ma a disgustarmi di più sono decisioni come questa, prese da chi guida su strade asfaltate, indossa divise stirate e inamidate, entra in uffici puliti e asettici, si siede dietro la scrivania da giudice e prende decisioni totalmente incomprensibili, degne di quell&#8217;orrore che avrebbero dovuto fermare.</p>
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		<title>E&#8217; inverno, fa freddo</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Mar 2012 23:32:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nicopiro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per un paio di settimane, a metà febbraio, le italiche nevicate hanno tenuto banco sui nostri media, tra curiosità, polemiche e un triste corollario di vittime.
Nelle stesse settimane, l’Afghanistan affrontava il suo peggior inverno negli ultimi 15 anni, che intanto – ai primi di marzo – è diventato il peggiore degli ultimi trent’anni.

Solo tra la capitale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><strong>Per un paio di settimane, </strong>a metà febbraio, le italiche nevicate hanno tenuto banco sui nostri media, tra curiosità, polemiche e un triste corollario di vittime.<br />
Nelle stesse settimane, l’Afghanistan affrontava il suo peggior inverno negli ultimi 15 anni, che intanto – ai primi di marzo – è diventato il peggiore degli ultimi trent’anni.<br />
<strong><span id="more-163"></span><br />
Solo tra la capitale</strong> ed il suo circondario si sono registrate una quarantina di vittime, morte per assideramento, per lo più bambini, per lo più residenti nei campi profughi che assediano Kabul: disperati fuggiti dalla guerra, scappati da Paktika, dall’Helmand, da Kandahar per ritrovarsi a vivere di stenti e morire di freddo in capanne fatte di rifiuti e fango (se vi interessa approfondire l’argomento<a href="http://www.amnesty.at/fileadmin/editor_upload/presseaussendungen/Amnesty%20International%20Afghanistan%20IDPs%20Report.pdf"> qui uno studio di Amnesty</a>).</div>
<div>Impossibile sapere come siano andate le cose nelle province più remote tranne per alcuni episodi (per esempio, i poliziotti dell’Anp salvati dall’Isaf nella sperduta e straordinariamente bella provincia di Ghor) o per l’immane tragedia di oggi: una valanga che ha totalmente coperto un villaggio nel Badakshan e dove le vittime potrebbero essere tra le 200 e le 300…alias tutti coloro che lì vivevano.</div>
<div><strong><br />
L’inverno afghano, solitamente</strong>, è fatto di<strong> </strong>neve, tanta neve, di strade bloccate, villaggi isolati, penuria di cibo. Ma è fatto anche, nelle zone “desertiche” (uso il termine in maniera ampia, i geografi non me ne vogliano), di alluvioni, piogge intense e improvvise piene che travolgono tutto. E’ in queste circostanze, nella provincia di Farah, che qualche giorno fa il nostro contingente ha perso tre uomini: il caporal maggiore capo Francesco Currò, 33 anni, di Messina; il primo caporal maggiore Francesco Paolo Messineo, 29 anni, di Palermo; il primo caporal maggiore Luca Valente, 28 anni, di Gagliano del Capo (Lecce).</div>
<div><strong><br />
Sono morti mentre il loro Lince</strong> guadava un fiume. Si è ribaltato e finito sott’acqua: bloccati dalle cinture di sicurezza e dai pesanti giubbotti antiproiettile, tra le spesse pareti del blindato sono annegati. Chissà quanto sarà durata la loro terribile agonia. Quel giorno per un attimo, sui media italiani oltre alla neve di casa nostra, si è affacciato anche l’inverno afghano che ci è venuto a bussare sull’uscio di casa con la sua gelida mano sporca di morte. Chi ha potuto e voluto ha raccontato delle vittime italiane provando anche a spiegare cosa succedeva intorno, che appunto era il Paese tutto a vivere una tragedia climatica.</div>
<div><strong><br />
Eppure ho avuto l’impressione</strong> che quei tre nostri soldati siano un po’ passati, assurdamente, come vittime di seconda classe…”solo” un incidente stradale mica una bomba…Come se in Afghanistan fossero di passaggio, stessero transitando e non fossero lì per una rischiosissima missione sulla quale, compatto, il mondo politico italiano ha investito tutta la sua credibilità internazionale ed a cui dichiara (al quasi unisono) di credere fin fondo. Dal comando Isaf si sono affrettati a sottolineare che gli uomini erano in missione nel corso di un’operazione contro i talebani nella pericolosa Zyrko valley, quasi a tentare di scacciare preventivamente la percezione che insomma era “solo” un incidente stradale.<br />
<strong><br />
La finestra mediatica, apertasi per motivi tanto tristi, sull’Afghanistan</strong> si è richiusa in un attimo e con essa l’attenzione alle vittime, tutte. Le vittime che sono tutte uguali che abbiano un passaporto italiano e vestano una divisa oppure che un passaporto non sappiano neppure cosa sia e lottino contro la morte gelida in un campo profughi piuttosto che in un blindato arroventato da una carica esplosiva.<br />
<strong><br />
Sarà questa la nuova maledizione dell’Afghanistan</strong> di cui tutti ormai da questa parte del globo vogliono dimenticarsi? L’oblio in cui affondare il fallimento di dieci anni di guerra e di investimenti milionari per una ricostruzione mai decollata? Sarà! Ma intanto, a conti fatti, l’italica neve ha trionfato sui media italiani, in Afghanistan invece fa freddo, nevica…del resto è inverno. No? Mica è una notizia…</div>
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		<title>Boetti, quando l&#8217;Afghanistan era la terra del sogno</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Feb 2012 15:35:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nicopiro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Se vi trovate a passare a Londra non dimenticate di fare un salto alla Tate Gallery, il museo di arte moderna, per l’antologica dedicata all’italiano Alighiero Boetti (da oggi fino al 27 maggio). Che cosa c’entri una mostra con questo blog è presto detto. Boetti dal 1971 al 1979 si trasferì – tra andate e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Se vi trovate a passare a Londra</strong> non dimenticate di fare un salto alla Tate Gallery, il museo di arte moderna, per l’antologica dedicata all’italiano <a href="http://www.tate.org.uk/modern/exhibitions/alighieroboetti/default.shtm">Alighiero Boetti (da oggi fino al 27 maggio</a>). Che cosa c’entri una mostra con questo blog è presto detto. Boetti dal 1971 al 1979 si trasferì – tra andate e ritorni – in Afghanistan, all’epoca l’arcadia ai confini dell’Asia per tanti hippy e giovani occidentali alla ricerca – letteralmente – di orizzonti nuovi e più aperti</p>
<p><strong>Boetti, genio dell’arte povera,</strong> si trasferì in Afghanistan (soprattutto) per un motivo, l’insuperabile abilità afghana nel tessere tappeti. All’hotel “One Kabul”, Boetti disegnò le sue “mappe” poi trasformate in arazzi dall’abilità degli artigiani locali a cui venne lasciata anche una certa licenza poetica come quando – loro che il mare non l’avevano visto mai – quello sulla mappa lo colorarono di rosa</p>
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