Tashakor

di Nico Piro

  • I media, come solo in America riescono a fare, stanno scavando nella vita del soldato Bales, il massacratore di Kandahar. Dopo un silenzio (senza precedenti) di sei giorni sulle generalità del sergente, ora che si trova in un carcere americano, inzia ad emergere il ritratto di un soldato modello, arruolatosi dopo l’11 settembre, finito in un bel po’ di situazioni calde sul campo di battaglia iracheno, sopravvissuto ad almeno un ordigno ied, con molti debiti sulla casa (tanto da doverla vendere) e un paio di episodi spiacevoli nella sua vita da civile.  Leggi tutto…

  • La data di ieri verrà ricordata nella storia del conflitto afghano post-11 settembre.
    Ieri è definitivamente crollata la speranza che il (già vacillante) programma occidentale di uscita dal Paese potesse essere attuato come previsto.
    In realtà la “transizione” ovvero il passaggio delle competenze sulla sicurezza dalle truppe Isaf alle truppe afghane entro il 2014, attraverso di un programma di addestramento militare sempre più inteso e altrettanto intense trattative di pace, da tempo sembrava solo un modo per lasciare il paese senza ammettere gli errori commessi in questo conflitto. Ieri però le cose si sono ulteriormente complicate.

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  • Continuava a riperterla come un mantra quella parola – “l’orrore” – il colonnello Kurtz nel film Apocalypse Now.

    Kurtz è l’icona di una guerra che era stato chiamato a combattere con le stesse armi del nemico per poi essere risucchiato dal vortice della violenza selvaggia, tanto da richiederne l’eliminazione. Kurtz, l’icona di una guerra dove gli Stati Uniti avevano perso la superiorità morale.

    In Afghanistan sta accadendo lo stesso. Come in ogni guerra asimmetrica (vedi Iraq) dove si confrontano eserciti regolari e pesantemente attrezzati con una guerriglia fantasma ma letale, l’orrore scorre a fiumi forse più che in conflitto tradizionale.

    Questa mattina l’orrore si è presentato nei panni di un sergente americano alla porta di alcune abitazioni nel villaggio di Panjway. Il soldato aveva lasciato la vicina base in cui è di stanza, intorno alle tre. Ci è ritornato solo dopo aver ucciso sedici persone (compresi nove bambini e tre donne), per consegnarsi ai suoi commilitoni. Un caso di tracollo psicologico, secondo le prime ricostruzioni. Ma che si sia trattato di follia o meno, conta poco per la prevedibile reazione degli afghani.

    Negli ultimi tempi sembra quasi che una mano invisibile stia spostando i pezzi sulla scacchiera per fare in modo che la posizione delle truppe occidentali in Afghanistan peggiori sempre di più. In realtà, dopo dieci anni di guerra, l’abisso afghano è talmente pieno che per un banale calcolo di probabilità vomita sempre più spesso l’orrore che coltiva.

    Pochi giorni fa, il Paese era stato scosso da violente manifestazioni con decine di vittime (compresi sei soldati americani uccisi per mano di commilitoni dell’esercito afghano nello loro basi) perchè alla base di Bagrama, i soldati americani che si occupano di detenuti avevano sequestrato e poi bruciato centinaia di copier del corano, considerate un mezzo per trasferire informazioni dietro le sbarre e non l’icona dell’islam stesso.

    Di recente, sono emerse altre storiacce che meglio di cento teorie raccontano dell’orrore di guerra come il video di un gruppo di cecchini americani intenti a pisciare sul cadavere di un presunto nemico, ucciso a distanza e trasformato in un temporaneo trofeo; o come la foto dei Marines schierata dietro la bandiera delle esse esse naziste che hanno poi confessato di non sapere cosa rappresentasse quel vessillo.

    L’episodio di oggi è cosa diversa da quella “squadra della morte” con la divisa della Striker Brigade americana che proprio nella provincia di Kandahar uccise, in episodi diversi, tre civili solo per il gusto di farlo. Quelli erano crimini lucidamente programmati, quello di oggi un episodio, appunto, di apparente follia che arriva però mentre gli americani e gli afghani stanno conducendo una difficile trattativa. Dopo aver investito centinaia di milioni di dollari e migliaia di vite, gli americani vogliono restare in Afghanistan anche dopo la fine della missione Isaf, nel 2014, vogliono cioè sfruttare il Paese per la sua strategica posizione, dalla quale è possibile controllare ed eventualmente colpire l’Iran come la Cina ed il Pakistan oltre che tenere un occhio sui talebani. Che si chiuda o meno questo accordo, come pare probabile, il punto resta un altro dopo dieci anni di guerra e dopo le speranze tradite di una ricostruzione fallimentare, il rapporto tra truppe occidentali (per gli afghani sono tutti “americani”) e il popolo afghano è ormai compromesso e pare impossibile recuperarlo.

    Prima di chiudere, a proposito di orrore. Il marines che ordinò la strage forse peggiore e più assurda delle guerre post-11 settembre, la strage di Hadita in Iraq, pur essendo stato riconosciuto colpevole da una corte marziale negli Stati Uniti, non passerà in carcere nemmeno un giorno per un misterioso “combinato disposto” delle regole e della catena degli eventi nonostante si porti sulla coscienza l’ordine di uccidere civili inermi per rappresaglia.

    La follia, l’abbrutimento, la barbarie, la violenza gratuita di chi incontra la morte ogni giorno in luoghi che non conosce e non capisce, in un paesaggio allucinato, mi fa orrore ma a disgustarmi di più sono decisioni come questa, prese da chi guida su strade asfaltate, indossa divise stirate e inamidate, entra in uffici puliti e asettici, si siede dietro la scrivania da giudice e prende decisioni totalmente incomprensibili, degne di quell’orrore che avrebbero dovuto fermare.

  • Per un paio di settimane, a metà febbraio, le italiche nevicate hanno tenuto banco sui nostri media, tra curiosità, polemiche e un triste corollario di vittime.
    Nelle stesse settimane, l’Afghanistan affrontava il suo peggior inverno negli ultimi 15 anni, che intanto – ai primi di marzo – è diventato il peggiore degli ultimi trent’anni.
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  • Se vi trovate a passare a Londra non dimenticate di fare un salto alla Tate Gallery, il museo di arte moderna, per l’antologica dedicata all’italiano Alighiero Boetti (da oggi fino al 27 maggio). Che cosa c’entri una mostra con questo blog è presto detto. Boetti dal 1971 al 1979 si trasferì – tra andate e ritorni – in Afghanistan, all’epoca l’arcadia ai confini dell’Asia per tanti hippy e giovani occidentali alla ricerca – letteralmente – di orizzonti nuovi e più aperti

    Boetti, genio dell’arte povera, si trasferì in Afghanistan (soprattutto) per un motivo, l’insuperabile abilità afghana nel tessere tappeti. All’hotel “One Kabul”, Boetti disegnò le sue “mappe” poi trasformate in arazzi dall’abilità degli artigiani locali a cui venne lasciata anche una certa licenza poetica come quando – loro che il mare non l’avevano visto mai – quello sulla mappa lo colorarono di rosa

  • Ieri il presidente Karzai è apparso in televisione a reti unificate per lanciare un appello alla calma rivolto a tutti gi afghani, a quel punto la crisi del “corano bruciato” aveva già raggiunto il suo apice ma quella diretta televisiva è stata la riprova di come fosse la più grave di questi dieci anni di guerra e di presenza occidentale.

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  • Oggi i talebani si sono rivelati filo-americani. Nella storia, per la verità ci sono stati americani filo talebani (quel John Walker Lindh che si unì agli studenti coranici e nel dopo-11 settembre venne “bruciato” sul rogo del senso patrio ferito divenendo il primo detenuto della guerra al terrore), eppure quella di oggi è una vera novità.

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  • Nel 2011 in Afghanistan sono morti più “contractors” al servizio del governo americano che soldati con la bandiera a stelle e strisce sul braccio. 430 contro 418, nell’algebra della morte. Non era mai accaduto prima – come rivela oggi il New York Times in un’inchiesta che ha un forte valore giornalistico, per un motivo molto banale: le forze armate statunitensi hanno il dovere di comunicare le proprie vittime, obbligo che invece non ricade sulle società private e quindi sui “contractors”. Infatti i numeri raccolti dal quotidiano di New York attraverso varie fonti (attraverso l’equivalente del nostro Ministero del lavoro) vengono considerati sotto-stimati dallo stesso autore del reportage.

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  • Per il quinto anno consecutivo, è salito il numero di morti innocenti in Afghanistan. Nel suo consueto rapporto, la missione delle Nazioni Unite nel Paese ha contato 3,021 vittime nel corso del 2011.  Si tratta di donne, vecchi, bambini, uomini senza divisa nè armi ovvero non appartenenti a nessuna delle due fazioni in conflitto; appunto vittime innocenti.

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  • Dove non era riuscito un ministro politico (e che politico…visto che La Russa era impegnato a tempo pieno anche ai vertici del Pdl, sostegno chiave del governo), c’è riuscito un ministro tecnico. Come ci raccontava ieri Giampaolo Cadalanu su Repubblica (in solitaria nel panorama mediatico italiano), l’ammiraglio Di Paola ha dato il via libera all’utilizzo di tutti gli armamenti in dotazione ai jet italiani in Afghanistan. In pratica, i caccia italiani (dopo i Tornado, ora fanno base ad Herat gli Amx dell’Aeronautica) potranno utilizzare anche le bombe.

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