Tashakor

di Nico Piro

  • Nel 2011 in Afghanistan sono morti più “contractors” al servizio del governo americano che soldati con la bandiera a stelle e strisce sul braccio. 430 contro 418, nell’algebra della morte. Non era mai accaduto prima – come rivela oggi il New York Times in un’inchiesta che ha un forte valore giornalistico, per un motivo molto banale: le forze armate statunitensi hanno il dovere di comunicare le proprie vittime, obbligo che invece non ricade sulle società private e quindi sui “contractors”. Infatti i numeri raccolti dal quotidiano di New York attraverso varie fonti (attraverso l’equivalente del nostro Ministero del lavoro) vengono considerati sotto-stimati dallo stesso autore del reportage.

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  • E’ un mosaico indecifrabile l’Afghanistan e la tessera che si è aggiunta oggi rende il quadro ancora più complesso da capire. E’ una tessera che fa paura, si chiama scontro settario ovvero violenza inter-religiosa.
    Dello scontro tra etnie (tagiki contro pashtun, principalmente) l’Afghanistan sa purtroppo molto ma – al contrario dell’Iraq e in parte del Pakistan – non ha conosciuto nella sua storia recente scontri tra sunniti e sciiti.
    La confessione minoritaria mussulmana è diffusa prevelantemente tra le fila dell’etnia hazarà in Afghanistan, un’etnia che quando ha subito rappresaglie (e ne ha sofferte di orrende) le ha subite perchè etnia, non in quanto comunità religiosa.

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  • La  guerra in Libia non è finita. Si combatte a Sirte, a Bani Walid, a Sabha. Quella che i ribelli hanno definito l’offensiva finale in realtà sta andando avanti a colpi di lente avanzate e rapidissime ritirate. Uno stallo molto simile a quello a cui abbiamo assistito nei primi mesi del conflitto, i mesi della “guerra autostradale” tra Benghazi e Ras Lanuf, con la differenza che adesso i ribelli litigano fra di loro, in un clima di sospetti e divisioni tribali.

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  • In gergo militare è l’equivalente di un atterraggio d’emergenza ma il gergo militare abolisce ogni parola che possa far paura e allora via “emergenza” sostituita da “hard” ed ecco l’atterraggio “duro”. Quest’anno ce ne sono stati quindici per altrettanti elicotteri dell’Isaf in Afghanistan, roba “fisiologica” in un Paese senza strade dove i “chopper” volano per migliaia di ore al mese. Solo in due casi, tra questi 15, è stata colpa del fuoco nemico. La seconda volta sabato scorsa nella valle di Tangi nella provincia di Maidan-Wardak. Un episodio che ha riscosso grande attenzione da parte di media (non solo quelli italiani) che pure ormai l’Afghanistan l’hanno dimenticato.

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