Tashakor

di Nico Piro

  • E’ un rumore sordo, quasi ovattato, che echeggia da lontano, è un colpo “incoming”. Significa che a sparare non sono i “nostri” mortai, quelle dell’Isaf, ma i “loro” quelli della guerriglia. Nel linguaggio militare che riesce, brillantemente, a sterilizzare qualsiasi parola che possa evocare paura, viene definito “tiro indiretto”, c’è chi parla anche di “fuoco indiretto”. I mortai, come i razzi, arrivano a parabola, salgono in cielo e poi ricadono, anche a chilometri di distanza, quasi mai prendendo il bersaglio, arrivandoci vagamente vicino salvo il caso in cui al tiro ci sia un esperto “calcolatore”.

    In Afghanistan attacchi del genere nemmeno si contano, sono all’ordine del giorno. Se parla solo quando costano la vita chi li subisce, come accaduto purtroppo sabato al sergente Michele Silvestri, mentre altri cinque soldati italiani hanno riportato ferite. Almeno due di loro verranno segnati da quell’attacco per il resto della loro vita (per inciso, stanno per essere trasferiti al centro medico americano di Ramstein in Germania).

    Gli afghani
    riescono a muoversi agevolmente sulle loro aspre montagne, riescono a portarsi dietro un mortaio che pesa diverse decine di chili e un massimo di tre colpi, lo sistemano alla buona (altro che messa “in bolla” o calcoli di trigonometria) e sparano in rapida successione sul bersaglio per poi sparire tra le rocce. Il bersaglio sono quasi sempre le evidentemente immobili basi occidentali, soprattutto quelle fob, quei fortini assediati dalle montagne come la base italiana “Ice” in Gulistan, provincia di Farah. L’area nella quale, a tutt’oggi, si contano più caduti italiani. 

    I guerriglieri vanno per tentativi, a occhio,
     per questo anche solo per avvicinarsi al bersaglio ci vogliono almeno un paio di “sortite”. Quando i colpi di mortaio arrivano sul bersaglio, in Afghanistan le truppe occidentali, di solito, pensano a combattenti stranieri, come ai “leggendari” ceceni di cui gli americani favoleggiano nella provincia di Logar.
    In risposta partono colpi di mortaio che spazzano le alture ma quasi mai riescono a fermare gli attacchi o – per usare il linguaggio ufficiale dell’esercito italiano – a “neutralizzare” gli aggressori (leggi: farli a pezzi).

    Mi è capitato diverse volte di trovarmi in una base sottoposta ad attacchi del genere, la prima “mortaiata” ti spaventa, le altre sembrano lontane, poi ti ci abitui e quasi non ci fai più caso nemmeno quando parte la “serie” di colpi di risposta, un boato vicino che invece si squassa dentro.
    E’ la routine del conflitto afghano, quella nel mezzo della quale vivono migliaia di soldati occidentali e molti più civili che hanno la sfortuna di ritrovarsi ad abitare nel posto sbagliato. Una routine di cui sarebbe giusto parlare più spessi, descriverla, per far capire quanto complesso sia quel conflitto, quanto pericoloso, quando assurdo nella sua logica di combattimento.
    E  anche per non meravigliarsi quando arriva un tragico pomeriggio in cui uno di quei colpi di mortaio cade sul bersaglio, utilizza un cortile per amplificare la sua onda d’urto, spara schegge, sassi e ogni genere di frammento in un ciclone di morte che raggiunge persino le case italiane a migliaia di chilometri di distanza

  • Oggi i talebani si sono rivelati filo-americani. Nella storia, per la verità ci sono stati americani filo talebani (quel John Walker Lindh che si unì agli studenti coranici e nel dopo-11 settembre venne “bruciato” sul rogo del senso patrio ferito divenendo il primo detenuto della guerra al terrore), eppure quella di oggi è una vera novità.

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  • Nel 2011 in Afghanistan sono morti più “contractors” al servizio del governo americano che soldati con la bandiera a stelle e strisce sul braccio. 430 contro 418, nell’algebra della morte. Non era mai accaduto prima – come rivela oggi il New York Times in un’inchiesta che ha un forte valore giornalistico, per un motivo molto banale: le forze armate statunitensi hanno il dovere di comunicare le proprie vittime, obbligo che invece non ricade sulle società private e quindi sui “contractors”. Infatti i numeri raccolti dal quotidiano di New York attraverso varie fonti (attraverso l’equivalente del nostro Ministero del lavoro) vengono considerati sotto-stimati dallo stesso autore del reportage.

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  • Per il quinto anno consecutivo, è salito il numero di morti innocenti in Afghanistan. Nel suo consueto rapporto, la missione delle Nazioni Unite nel Paese ha contato 3,021 vittime nel corso del 2011.  Si tratta di donne, vecchi, bambini, uomini senza divisa nè armi ovvero non appartenenti a nessuna delle due fazioni in conflitto; appunto vittime innocenti.

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  • Dove non era riuscito un ministro politico (e che politico…visto che La Russa era impegnato a tempo pieno anche ai vertici del Pdl, sostegno chiave del governo), c’è riuscito un ministro tecnico. Come ci raccontava ieri Giampaolo Cadalanu su Repubblica (in solitaria nel panorama mediatico italiano), l’ammiraglio Di Paola ha dato il via libera all’utilizzo di tutti gli armamenti in dotazione ai jet italiani in Afghanistan. In pratica, i caccia italiani (dopo i Tornado, ora fanno base ad Herat gli Amx dell’Aeronautica) potranno utilizzare anche le bombe.

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  • Una frase indimenticabile della presidenza Karzai sarà sicuramente quella pronunciata, durante una conferenza stampa, qualche anno fa. Il presidente chiedeva se qualcuno avesse il numero di telefono dei talebani, rendendo pubblico questo “vuoto” della sua rubrica. Una frase apparentemente incomprensibile ma che in realtà sintetizzava in anticipo il problema che le trattative di pace con i talebani hanno ed avrebbero incontrato ovvero l’assenza di ogni certezza sulla controparte. Il governo afghano, insomma, non sapeva con chi trattare un’eventuale pace. Un problema che pare, finalmente, risolto.
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  • E’ un mosaico indecifrabile l’Afghanistan e la tessera che si è aggiunta oggi rende il quadro ancora più complesso da capire. E’ una tessera che fa paura, si chiama scontro settario ovvero violenza inter-religiosa.
    Dello scontro tra etnie (tagiki contro pashtun, principalmente) l’Afghanistan sa purtroppo molto ma – al contrario dell’Iraq e in parte del Pakistan – non ha conosciuto nella sua storia recente scontri tra sunniti e sciiti.
    La confessione minoritaria mussulmana è diffusa prevelantemente tra le fila dell’etnia hazarà in Afghanistan, un’etnia che quando ha subito rappresaglie (e ne ha sofferte di orrende) le ha subite perchè etnia, non in quanto comunità religiosa.

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  • La grande assemblea tribale convocata dal presidente Karzai si è conclusa dopo tre giorni di lavori, dei quali gli osservatori occidentali hanno capito molto poco. I meccanismi del potere che si irradiano nella società afghana sono troppo complicati per i non afghani e presuppongono una conoscenza di quel contesto che nessuno (in quest’altra parte del globo) sembra possedere. Per esempio non abbiamo ancora capito se gli anziani, i capi tribali, le donne, gli ex-combattenti e quant’altro chiamati sotto la grande tenda fossero davvero uno spaccato della comunità afghana o solo amici dei Karzai a cui è stata concessa una vacanza a Kabul. Diciamo che (per aggiungere una nota di colore) non sappiamo nemmeno da dove nasca il mito del 39, numero saltato nelle quaranta commissioni della Jirga, perchè in Afghanistan da qualche anno è considerato il numero del “lenone”.

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  • Il sei novembre è stata celebrata – nel silenzio generale – la giornata dedicata ad una particolare vittima di guerra: l’ambiente.
    Una vittima silenziosa e di cui si parla pochissimo. Qualche giorno dopo quello in cui il calendario registrava  “the International Day for Preventing the Exploitation of the Environment in War and Armed Conflict” (forse celebrato poco anche per via di un nome tanto lungo…), è arrivata una notizia dalla Libia che conferma quanto alta possa essere la posta in gioco per l’ambiente in caso di un conflitto.

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  • Prendere un generale che ha passato gran parte della sua carriera ad occuparsi di armi, munizioni, artiglieria nell’esercito americano; mandarlo a Kabul per addestrare le truppe afghane ad usare i nuovi (multi-milionari) veicoli blindati in arrivo dall’America; fargli un’intervista.

    Il risultato di questi tre fattori combinati? Un altro strappo politico-diplomatico-umano tra il governo Karzai e gli Stati Uniti. Leggi tutto…

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